RECENSIONE - Fitoparking
Lungo il suo tracciato, suddiviso in 21 tratti di strade esistenti, vengono sviluppati progetti mirati che intervengono localmente ma che contribuiscono a un disegno urbano di scala metropolitana. Il cuore del sistema è rappresentato da una nuova linea tranviaria di concezione innovativa, che non solo collega aree periferiche e centrali, ma diventa il motore per attivare interventi urbani, ecologici e tecnologici.
L’UGL prosegue e amplia le ricerche iniziate con UrbanVoids, passando da micro-interventi localizzati a un sistema infrastrutturale capace di affrontare questioni di scala più ampia. I principi guida sono cinque: MultiFunctionality, Systematic Green, Information Technology Foam, Living Accessibility e Magic Crisis, che mirano a integrare sostenibilità, tecnologia, accessibilità e qualità urbana.
In questo contesto si colloca Fitoparking di Gaetano De Francesco, una proposta che reinterpreta radicalmente la tipologia del parcheggio urbano.
Non un semplice spazio funzionale, dunque, ma un organismo architettonico vivo, capace di reagire al contesto e di diventare un nodo attivo nella rete della Green Line.
La pelle architettonica è il vero diaframma dell’organismo: accoglie vegetazione, ospita turbine eoliche e pannelli solari, funziona come membrana climatica e come simbolo urbano.
L’innovazione non è solo estetica. Fitoparking integra sistemi di fitodepurazione, muschi e licheni come bioindicatori dell’inquinamento atmosferico, bacini per la raccolta e depurazione delle acque meteoriche. In questo modo, l’edificio diventa una vera e propria macchina ecologica autosufficiente: un parcheggio che non consuma ma produce, che non sporca ma depura, che non isola ma connette.
Da dove nasce la volontà di capovolgere completamente l’idea di parcheggio, trasformandolo da “non luogo” a “organismo vivente”?
La logica di partenza è sempre quella di trasformare una crisi in un’occasione di progetto. Nelle città, il tema del parcheggio è molto sentito e spesso affrontato in modo puramente tecnico. La sfida, in questo caso, era ripensare la tipologia del parcheggio in un oggetto architettonico che avesse non solo funzioni diverse, ma che potesse diventare un’opera sistemica.
Per questo motivo, il Fitoparking è concepito come un parcheggio multitasking: ospita le automobili, ma al piano terra offre anche funzioni legate alla cittadinanza. Un altro aspetto importante è stato quello della ricerca sperimentale sulla forma architettonica.
In che modo le forme ispirate alla pleura polmonare hanno influenzato le scelte architettoniche del progetto?
Questa ispirazione è stata fondamentale. Avevo condotto uno studio sui tessuti umani — tra cui la pleura polmonare, i polmoni e i vasi sanguigni — che si è trasformato in una vera e propria matrice di progetto. Da una parte, questo ha influenzato la facciata, concepita come una superficie filtrante che gioca con pieni, vuoti e ombre.
Allo stesso tempo, queste maglie sono pensate anche come elementi strutturali.
Per quanto riguarda la forma complessiva dell’edificio, il riferimento ai tessuti è stato affiancato all’idea di edificio-rampa: il progetto, infatti, si basa su questa tipologia, dove la rampa diventa elemento generatore.
Un altro tema di interesse era lo studio delle superfici inclinate, per comprendere come le geometrie non ortogonali potessero creare una sensazione di movimento e instabilità. All’interno, però, erano previsti dei core tradizionali, che servivano per la risalita e la discesa delle persone e fungevano anche da elementi portanti per la rampa.
Quali sono stati i principali impedimenti progettuali o teorici che ha incontrato?
Onestamente non li ricordo tutti con precisione. Sicuramente il lavoro di UnStudio, come quelle sul TWA di Saarinen, anche se in questo caso la geometria è più simile a una mesh. Avevo studiato architetture basate su triangolazioni, combinazioni di triangoli e quadrangoli.
Queste ricerche derivavano dal mio percorso di dottorato. Non ricordo esattamente a quale edificio mi fossi ispirato, ma avevo osservato alcune opere di UnStudio e Saarinen. Tuttavia, più che riferimenti diretti, si trattava di una ricerca personale sulla forma architettonica, che poi è confluita nella mia proposta.
Un altro tema importante riguardava le tecnologie: il progetto prevedeva l’utilizzo di intonaci capaci di contribuire alla depurazione dei fumi delle automobili, e la presenza di piccole aree verdi fito-depuranti integrate nell’edificio.
Quali benefici ambientali concreti potrebbe generare un intervento di questo tipo a Roma?
L’edificio era pensato per quel luogo specifico, ma in realtà rappresentava una ricerca “atopica”, non legata a un sito reale. Tuttavia, ripensare il parcheggio — un tema spesso delegato agli studi d’ingegneria e raramente affrontato come opportunità architettonica — è già di per sé importante.
Un parcheggio deve dialogare con la città, non esserne un corpo estraneo. L’obiettivo era quindi trasformare un oggetto destinato alle automobili in un pezzo di città attivo, capace di generare relazioni. È chiaro che, essendo un progetto di studente, oggi lo affronterei in maniera diversa, ma il tentativo era proprio questo.
Qual è stato l’aspetto più complesso da affrontare nel progetto?
Sicuramente il controllo della geometria complessa. L’edificio non è ortogonale, e questo ha reso difficile gestire la modellazione. All’epoca non utilizzavo strumenti parametrici, che oggi renderebbero tutto molto più semplice. La modellazione era tradizionale: ho iniziato dal plastico e poi sono passato all’ambiente virtuale, ma non si trattava di un modello parametrico.
In sostanza, il progetto si può ridurre a tre core centrali intorno ai quali si sviluppa la rampa; su questa rampa si agganciano facciate inclinate, che funzionano anche da strutture portanti.
Si immaginava che queste facciate fossero realizzate in calcestruzzo, ispirandosi in parte a Pier Luigi Nervi. Le maglie visibili nel progetto avevano quindi anche una funzione strutturale.
Un’altra idea importante era quella del movimento: l’edificio è legato al tema dell’automobile e doveva quindi diventare metafora del movimento stesso, un organismo che respira e si rigenera. Da qui nasce l’analogia con il polmone che depura l’aria, e la scelta di utilizzare superfici inclinate per esprimere dinamismo.
C’è proprio questo concetto: un “polmone che respira”. Ci può spiegare meglio?
Sì, l’idea era proprio quella di creare un edificio che respirasse.
La maglia strutturale doveva accogliere tecnologie capaci di depurare l’aria, trasformando i gas di scarico delle auto in O^2
Il progetto prevedeva un sistema attivo, non solo simbolico: un’architettura che evoca organi e membrane, ma che funziona realmente come dispositivo ambientale.
Se dovesse aggiornare oggi il progetto, quali tecnologie o materiali introdurrebbe?
Sicuramente cercherei di sviluppare ancora di più l’aspetto del sistema attivo, lavorando sull’accumulo e la depurazione dell’acqua piovana, e curando anche il progetto paesaggistico.
All’epoca non avevo affrontato il rapporto con l’intorno perché il progetto nasceva all’interno di un Laboratorio 4, quindi non si trattava di una sintesi completa ma di una ricerca tematica.
Qual è, secondo lei, il messaggio più importante che un progetto come questo può trasmettere alla città e ai cittadini?
Il messaggio è che l’architettura può e deve essere un sistema attivo, capace di contribuire concretamente al benessere ambientale.
Questo progetto tentava proprio di dimostrare che anche un edificio apparentemente tecnico, come un parcheggio, può diventare parte di un ecosistema urbano, restituendo qualcosa alla città.
C’è qualcosa di importante che non abbiamo ancora toccato?
Credo che la cosa fondamentale sia lo sforzo di creare architetture che generino relazioni. È una ricerca che porto avanti anche nel mio lavoro accademico: per me ogni progetto è una forma di indagine.
La forma architettonica è sempre l’esito di una ricerca, non un punto di partenza. Non è mai una forma data a priori.
Come diceva Jacquet, il pittore, la forma è la conseguenza del processo, non l’origine.





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